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Biennale di Venezia. Nada Prlja e il Padiglione della Macedonia del Nord

OCCHI PUNTATI SUL PADIGLIONE DELLA MACEDONIA DEL NORD A PALAZZO ROTA IVANCICH, CHE ACCOGLIE L’INDAGINE ARTISTICA DI NADA PRLJA.

Se, per dare un senso più contingente al titolo della Biennale in corso, si volesse augurare a chi arrivi a Venezia “Possa tu visitare padiglioni interessanti”, un buon modo sarebbe senz’altro abbandonare le calli più battute e andare alla ricerca di Palazzo Rota Ivancich, dove è stato allestito il Padiglione della Repubblica della Macedonia del Nord, con protagonista Nada Prlja (Sarajevo, 1971; vive tra Skopje, dove la sua famiglia si trasferì nel 1981, e Londra).
Il progetto veneziano di Prlja, dal titolo Subversion in Red, è ambizioso sia in pratica che in teoria. Quanto alla prima, il padiglione raccoglie un insieme di opere che spaziano dall’installazione alla performance, dal video all’assemblaggio, catturando il visitatore – con la decadente complicità dell’ambiente circostante – in un percorso immaginifico e nostalgico. Quanto alla teoria, l’artista dichiara netta, sin dalle note introduttive all’esposizione (e poi in un pregevole libro prodotto per l’occasione), la propria intenzione di confrontarsi con nozioni ideologiche da tempo marginalizzate per mettere in discussione e insieme rimotivare le società contemporanee. Il pensiero marxista, ripreso nella rilettura di Felix Guattari e nella prospettiva di un nuovo umanesimo, diventa così il primo riferimento concettuale della complessa macchina allestita da Prlja fin dall’opera più ampia e d’impatto: Subtle Subversion, una discussione tenutasi il giorno dell’inaugurazione tra artisti e intellettuali riuniti intorno a un grande tavolo posto al centro dell’esposizione, confrontandosi su una serie di concetti-chiave che un moderatore ha annotato sullo stesso tavolo nel corso del confronto.

 

58. Biennale d'Arte di Venezia. Padiglione Nord Macedonia. Nada Prlja. Photo Robert Jankuloski
58. Biennale d’Arte di Venezia. Padiglione Nord Macedonia. Nada Prlja. Photo Robert Jankuloski

LA MOSTRA

In un gioco intelligente tra grandi narrazioni e autobiografia, la mostra si sviluppa quindi nella ricostruzione critica del paesaggio estetico-spirituale vissuto dall’artista da giovane: ci sono così video che richiamano la black wave del cinema jugoslavo, ricostruzioni frammentarie di uno storico murale dipinto a Skopje da Borko Lazeski, riedizioni-riletture di opere di artisti del secondo Novecento quali Olga JevricBoris Nikolovski e Jordan Grabulovski, recuperate dal museo d’arte contemporanea della capitale nord-macedone per interrogarsi sulla profonda mutazione in corso nella città in cui Prlja è cresciuta.
S’intenda: la nostalgia che emerge dall’insieme non è quella di un tempo e un orizzonte passati (la Jugoslavia come categoria dello spirito insomma), quanto – con una visceralità tipicamente balcanica combinata a un’intelligenza cosmopolita – di un futuro possibile, dove una società collettivamente aperta e responsabile giunga a riconsiderare la disfunzionalità di molte delle sue fondamenta e pratiche correnti, in primo luogo quelle riconducibili ai rapporti tra “capitalismo e schizofrenia” sollevati da Deleuze & Guattari. In questa prospettiva, il richiamo di Prlja al secondo pensatore serve a uno sviluppo organico delle sue nozioni più potenti e irregolari, su tutte quella di “agencement”. Nell’insieme di nuove condizioni genetiche per una diversa realtà collettiva, in effetti, un’arte che non intenda ridursi a intrattenimento viene a svolgere una funzione di “sovversione sottile”, ma proprio per questo capace d’infiltrarsi a fondo nei tempi – senz’altro interessanti – che stiamo vivendo.

‒ Luca Arnaudo

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